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 Giovan Battista Marino

Giambattista Marino (Napoli, 18 ottobre 1569 - Napoli, 25 marzo 1625) fu un poeta italiano ed il maggior rappresentante della poesia barocca. La sua concezione di poesia, che, esasperando gli artifici del manierismo era incentrata su un uso intensivo delle antitesi e di tutti i giochi di rispondenze foniche, sulle descrizioni sfoggiate e sulla molle musicalità del verso, ebbe ai suoi tempi una fortuna immensa, paragonabile solo a quella del Petrarca prima di lui. Fu largamente imitato, oltreché in Italia, Francia (dove fu il beniamino dei preziosisti, come Georges de Scudéry, e dei cosiddetti libertini, come Tristan l'Hermite, ecc.), Spagna (suo grande ammiratore fu sopra tutti Lope de Vega) e altri paesi cattolici, come Portogallo e Polonia, anche in Germania, dove il suo più diretto seguace fu Christian Hoffmann von Hoffmannswaldau. In Inghilterra fu ammirato da John Milton. Rimasto il punto di riferimento della poetica barocca per tutto il tempo in cui fu in voga, con il XVIII e il XIX secolo, pur essendo sempre ricordato per ragioni storiche, fu indicato come la fonte o il simbolo del "malgusto" barocco. Con la rinascita dell'interesse, nel corso del XX secolo, per i procedimenti analogici della poesia, la sua opera è stata via via rivalutata: letto con attenzione da Benedetto Croce e da Carlo Calcaterra ha avuto fino ad oggi numerosi esegeti di vaglia, tra cui devono essere ricordati Giovanni Pozzi, Marziano Guglielminetti, Marzio Pieri e Alessandro Martini. Rimase nella sua città natale, Napoli, fino al 1600, conducendo una vita libera e spensierata dopo aver troncato ogni rapporto con il padre che voleva per il figlio una carriera giuridica. Gli anni della formazione napoletana sono molto importanti per la maturazione della sua poetica, anche se la sua carriera si svolgerà prevalentemente al Nord, e poi in Francia. A questo proposito, alcuni critici (tra cui Giovanni Pozzi) hanno messo l'accento sulla maggior influenza esercitata su di lui da parte degli ambienti culturali settentrionali; altri (come Marzio Pieri) hanno messo l'accento sul fatto che la Napoli dell'epoca, benché in parte decadente e gravata dal dominio spagnolo, era tuttora ben lontana dall'aver perso la sua eminente posizione tra le capitali d'Europa. Il padre era un notaio di ottima cultura, di famiglia probabilmente oriunda calabrese, frequentatore del cenacolo di Giambattista Della Porta. Sembra che presso la casa dei fratelli Della Porta il notaio Marino, e anche il figlio partecipassero alle messinscene domestiche delle commedie dell'illustre mago e scienziato; il giovanetto Giambattista dovette recitare ne La fantesca. Ma soprattutto in quest'àmbito visse a contatto diretto con la filosofia naturale del maestro, in rapporto di scambio continuo con i sistemi filosofici di Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Se proprio il Campanella mostrerà di avversare il marinismo (pur non prendendolo direttamente di mira), dev'essere tenuta da conto questa comune matrice speculativa, dalle forti implicazioni panteistiche e quindi eterodosse o neopagane, alle quali il Marino, prestando loro sfoggiate vesti cortigiane, si serberà fedele tutta la vita, da una parte ottenendo grande successo presso i dotti più conformisti, dall'altra incontrando continue difficoltà per i contenuti sapienziali delle sue opere, incompatibili o direttamente in contrasto con l'ortodossia controriformista. Tra le altre personalità, particolarmente decisiva per il Marino è quella di Camillo Pellegrino, primicerio di Capua, già amico del Tasso (che il Marino conobbe di persona, sia pure abbastanza fuggevolmente, presso la casa di Giovan Battista Manso, e col quale si scambiò un sonetto) e autore, in onore dell'illustre poeta di Sorrento, del dialogo Il Carrafa overo della epica poesia, in cui questi era posto al disopra dell'Ariosto. Il Marino stesso è protagonista di un altro dialogo del prelato, Del concetto poetico (1599). Si dedicò agli studi letterari, agli amori, alla vita tumultuosa, tanto che venne arrestato per ben due volte. Sotto questo aspetto - ma anche sotto altri - la sua parabola esistenziale ricalcò quella di un altro grande poeta coevo cui fu spesso contrapposto: Gabriello Chiabrera. Ma sulla vita del Marino, soprattutto per quanto riguarda le diverse carcerazioni che subì, si stende persistentemente l'ombra di qualche mistero; uno degli arresti fu dovuto al procurato aborto ad un'Antonella Testa, figlia di uno dei sindaci della città di Napoli, resa gravida non si sa se dal Marino o se da un amico del Marino; una seconda condanna (per cui rischiò la pena capitale), con più certezza, fu dovuta alla falsificazione da parte del poeta di alcune bolle vescovili per salvare un amico coinvolto in un duello. Ma alcuni testimoni, tanto fra i detrattori (primo fra tutti Tommaso Stigliani) quanto fra gli apologeti (come l'editore-biografo Antonio Bulifon, in una vita del Marino del 1699) hanno attribuito con grande certezza al Marino, molta della cui lirica è pesantemente ambigua, a riguardo, amori omosessuali. Altrimenti, la reticenza delle fonti su questa materia è ovviamente dovuta alle persecuzioni di cui le "pratiche sodomitiche" (o "vizio nefando") erano fatte oggetto in special modo durante la Controriforma. Marino fuggì poi dal capoluogo campano e si trasferì a Roma, prima al servizio di Melchiorre Crescenzio e in seguito del cardinale Aldobrandini. Nel 1608 si trasferì presso la corte di Carlo Emanuele I a Torino. Non fu questo un periodo fortunato, infatti subì un tentativo di assassinio da parte di un suo rivale, Gaspare Murtola, e in seguito fu messo in carcere per un anno a causa di maldicenze che aveva detto e scritto contro il duca. Nel 1615 lasciò Torino e si trasferì in Francia, a Parigi e vi rimase fino al 1623 onorato dalla corte e apprezzato dagli ambienti letterari. Rientrato in Italia da trionfatore, morì a Napoli nel 1625. l Marino scrisse moltissimo, sia in prosa che in verso. Le opere in verso rimangono le più prestigiose e imitate. In prosa sono notevolissime le Dicerie sacre (1614), sorta di prontuario di prediche, apprezzatissimo e compulsatissimo da tutti i predicatori a venire; nelle singole, smisurate prediche, che in sostanza hanno ben poco da fare con la religione, è applicata fino alle estreme conseguenze la tecnica trascendentale della metafora continuata, una specialità mariniana ampiamente imitata durante il Barocco. Più interessanti per il lettore moderno sono le Lettere, documento eloquente della sua esperienza artistica e umana. In esse smentisce l'accusa di sensualità fatta alla sua poesia spiegando che essa non era altro che la risposta alle aspettative della classe dirigente, come si può leggere in una delle lettere al duca Carlo Emanuele I.

Le opere

- Le rime e La lira

Marino inaugura uno stile nuovo "morbido, vezzoso e attrattivo" per un nuovo pubblico, distaccandosi così dal Tasso e dal petrarchismo rinascimentale e inoltre da ogni precetto di tipo aristotelico. Questo suo nuovo atteggiamento lo si trova già nelle Rime del 1602, aumentate in seguito, nel 1614, con il titolo di Lira. Si tratta di componimenti di argomento amoroso, encomiastico, sacro, che egli raccoglie sia per temi (rime marittime, rime boscherecce, rime amorose, rime lugubri, rime sacre) che per metri (madrigali, canzoni). Esse si richiamano spesso alla tradizione classica latina e greca con una particolare predilezione per l'Ovidio amoroso e alla tradizione stilnovista e moderna, esprimendo una forte tensione sperimentale che si orienta in senso antipetrarchista. Nel 1620 Marino pubblica La Sampogna, una raccolta di rime divisa in due parti: una composta da idilli pastorali e una in rime boscherecce distaccandosi così dalla tematica amorosa, eroica e sacra, a favore di quella mitologica e pastorale.

- L'Adone

Il poema tratta dell'amore di Venere per il principe Adone che, scampato ad una tempesta, approda nell'isola di Cipro, sede del palazzo della dea. Cupido fa innamorare la madre del principe che, svegliatosi, viene a sua volta colpito da una freccia, che gli fa ricambiare l'amore per Venere. Adone ascolta da Cupido e Mercurio storie d'amore e poi viene accompagnato nel Giardino del Piacere, diviso in cinque parti che corrispondono ai cinque sensi, e alla fontana di Apollo. Marte, avvertito da Gelosia del nuovo amore di Venere, si dirige a Cipro. Adone, venuto a conoscenza di ciò, fugge e viene trasformato in un pappagallo per aver rifiutato l'amore della dea. Ripreso l'aspetto umano grazie a Mercurio, viene imprigionato da alcuni ladroni. Tornato a Cipro, vinta una gara di bellezza, è nominato sovrano dell'isola e si riunisce a Venere ma Marte fa sì che Adone venga ucciso in una battuta di caccia da un cinghiale. Muore fra le braccia di Venere che trasforma il suo cuore in un fiore rosso, l'anemone. Il poema si conclude con una lunga narrazione dei giochi funebri in onore del giovane. Sulla base di questa trama così inconsistente il Marino innesta, con grande fantasia, tanti altri episodi ispirandosi ad antichi autori come Ovidio, Apuleio e Claudiano ed inserisce anche le più famose favole mitologiche, come quella sul giudizio di Paride, Amore e Psiche, Eco e Narciso, Ero e Leandro, Polifemo e numerose altre. Pertanto il poema, che in origine doveva essere composto da soli tre canti, viene arricchito fino a diventare uno dei poemi più ampi della letteratura italiana raggiungendo le 5123 ottave (40.984 vv.), favola smisurata, con sconfinamenti dal tema principale, digressioni e pause descrittive. Tutto ciò porta a caratterizzare "L'Adone" come un labirinto di situazioni intrecciate senza in realtà una vera struttura. Anche il lunghissimo canto XX, posto dopo la morte del protagonista, serve a minare dall'interno ogni pretesa di unità narrativa. Ma proprio in questa mancanza di unità consiste l'innovazione della tecnica narrativa del Marino che compone la sua opera attraverso varie stratificazioni e passa da un episodio all'altro senza apparente nesso logico basandosi solamente sul linguaggio verbale ricco di iperboli, antitesi e metafore. Nell'Adone Marino citò e riscrisse passaggi dalla Commedia dantesca, da Ariosto, Tasso, e dalla letteratura francese del suo tempo. Lo scopo di questi prelievi non è il plagio, ma piuttosto l'instaurare con il lettore un gioco elevato di riconoscimento della fonte e apprezzamento del lavoro di revisione. Marino sfida il lettore a "cogliere" la citazione e a gustare "come" tale citazione è stata rielaborata, secondo un'idea del fare poetico in cui ogni cosa del mondo (e dunque anche la letteratura del passato) può divenire oggetto di nuova poesia. In questo modo, Marino intende anche costituire con l' Adone una sorta di enciclopedia poetica, che raccolga e ammoderni tutti i risultati precedenti dell'ingegno umano. Il poema è indice di una nuova sensibilità connessa anche alle nuove acquisizioni scientifiche (si vedano ad esempio le lodi a Galileo al canto X) , e alle nuove scoperte geografiche (come al canto VII, con l'elogio della passiflora - pianta recentemente importata in Europa dall'America). L'Adone quindi, malgrado quello che viene considerato virtuosismo tecnico-stilistico, è un'opera ricca di autentica poesia scritta con uno stile che spesso raggiunge un ritmo perfetto. Per molto tempo la critica, che ha considerato negativamente l'opera fino agli ultimi decenni del Novecento, ha sostenuto che quello che il poeta ha davvero voluto fare è stato meravigliare il lettore tramite l'eleganza dei particolari e delle loro descrizioni. Ma L'Adone, così come gran parte della letteratura barocca, è stato ormai ampiamente rivalutato a partire da Giovanni Getto negli anni '60 e in seguito, nel 1975, dal critico Marzio Pieri e nel 1988 da Giovanni Pozzi che, pur negando la presenza di una struttura, ha riconosciuto al poema una forma molto raffinata che definisce "bilocale ed ellittica" e che riflette l'"irresoluzione dell'uomo secentesco di fronte ai due modelli cosmici contraddittori, tolemaico e copernicano". Più recentemente nel 2002 è da ricordare la pubblicazione in Francia del saggio di Marie-France Tristan La Scène de l'écriture, che mette in evidenza il carattere filosofico della poesia del Marino.

- Altre Opere

Marino scrisse altre opere in verso come i Panegirici, la Galleria (descrizione in versi di quadri e sculture), il poema sacro in 4 canti la Strage degli innocenti. Ispirati al Tasso i frammenti epici della Gerusalemme distrutta e l'Anversa liberata (tuttavia d'incerta attribuzione). Interessanti e ingegnosi i componimenti burleschi come la Murtoleide (81 sonetti satirici contro Gaspare Murtola), il capitolo ternario dello Stivale, Il Pupulo alla Pupula (lettere burlesche), ecc. Molte le opere annunciate e mai scritte, tra cui il grande poema delle Trasformazioni, d'impianto ovidiano, abortito dopo che la sua scelta era caduta sull' Adone. Marino fu famoso alla sua epoca e salutato dai contemporanei come continuatore e ammodernatore di Tasso. La sua influenza su letterati italiani e stranieri del Seicento fu immensa. Egli era infatti il rappresentante di un movimento che si stava affermando in tutta Europa, come il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra (dal romanzo di John Lyly Euphues), il culteranismo in Spagna.


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